La memoria e la rinascita

4  17.09.2011

Vantaggi:
Una bella isola tranquilla, colorata, accogliente .

Svantaggi:
La tratta degli schiavi e i segni che vi ha lasciato

Consiglio il prodotto: Sì 

sabbiaevento

Su di me: In attesa... di cosa? Boh...

Iscritto da:02.02.2002

Opinioni:328

Fiducie ricevute:498

Condividi questa opinione su Google+
In media l'opinione è' stata valutata Eccellente da 73 utenti Ciao

Se si parla di Gorée - isola a poco più di 3 km al largo di Dakar, Senegal - è inevitabile, ma anche doveroso, spendere qualche parola per ricordare una pagina molto poco edificante della nostra storia.
Si tratta però di una pagina, oltre che tragica e vergognosa, anche piuttosto lunga, considerato che si è protratta per circa tre secoli.
Mi riferisco alla tratta degli schiavi.
Nel corso del XVI secolo, quando la colonizzazione nelle Americhe cominciò a crescere, crebbe anche la ricerca di mano d’opera per le nascenti piantagioni di canna da zucchero, cotone, tabacco o quant’altro si andava diffondendo in quelle zone.
Le popolazioni locali non si dimostrarono abbastanza robuste per quel duro lavoro, e quindi i coloni europei - che già conoscevano la pratica dei nordafricani di ridurre in schiavitù i prigionieri - pensarono bene di spedire al di là dell’Oceano Atlantico gli schiavi neri africani, ben più forti e resistenti.
Un “commercio”, purtroppo, non solo molto redditizio ma pressoché inesauribile, considerato che le pesanti condizioni di lavoro uccidevano gli schiavi in pochi anni.
Si calcola che furono più di una decina di milioni i neri africani ad aver attraversato l’oceano, soprattutto dal Golfo di Guinea al Brasile.
Anche Gorèe fece la sua parte grazie alla posizione quanto mai propizia, nel punto più occidentale del continente africano, il più vicino, al di là del mare, alla zona caraibica.
Ma l’isola di Gorèe era soprattutto un “deposito”. Qui gli schiavi, in attesa di essere trasferiti nel Nuovo Mondo, venivano reclusi in luoghi dove spesso, dopo essere stati divisi per sesso ed età (separando quindi per sempre intere famiglie), venivano adeguatamente messi “all’ingrasso”.
Affinché poi valessero di più.


Arriviamo a Gorèe dopo non più di mezz’ora di traghetto da Dakar. L’Isola rappresenta un simbolo molto forte nella storia del Senegal ed è la località della nazione più visitata dai turisti, che vi troviamo in gran numero.
Al giorno d’oggi infatti, ad accogliere i visitatori, oltre ai ricordi del passato e allo status di patrimonio dell’umanità dell’Unesco, c’è un’atmosfera vivace e di rinascita, oltre che arte, musica, cultura.
Già in fase d’avvicinamento, dal mare, essa appare graziosa, colorata, piacevole.
Una volta sbarcati è obbligatorio il pagamento di una tassa turistica, da effettuarsi in un baracchino nei pressi del pontile. Qui è facile venir avvicinati, come succede a noi, da sedicenti guide alla ricerca di un piccolo guadagno. Molti parlano un discreto italiano, sono educati, gentili, quasi professionali e a buon mercato... ne ingaggiamo una e non ce ne pentiremo.
Sull’estrema punta nord dell’isola, il Fort d’Estrèe che ora ospita il Museo storico, è la prima cosa che balza agli occhi una volta scesi dall’imbarcadero. Decidiamo di lasciarlo per ultimo. Purtroppo però il tempo tiranno non ci permetterà poi d’andare oltre una breve visita all’esterno.
Gorée è decisamente piccola, neanche un chilometro di lunghezza e poco più di 300 m. di larghezza. Ovviamente non circolano auto e praticamente vi è una sola vera strada, chiaramente non asfaltata, che la percorre da un capo all’altro, in cui s’affacciano strette viuzze. Nonostante sia così piccola, le cose da vedere sono tante, senza contare che è un piacere a sé stante guardarsi attorno, assaporando la tranquillità e serenità del luogo, a dispetto del suo passato.
Bellissime buganvillee dai colori sgargianti si arrampicano sui muri o su case dai mattoni rossi, piccoli incredibili giardini ricolmi di piante lussureggianti si svelano improvvisi al di là di un cancello, balconi scrostati con balaustre in legno o di ferro battuto rivelano l’architettura coloniale dell’isola, deliziosi dipinti dai colori sgargianti prodotti ed esposti da talentuosi artisti di strada occhieggiano al turista, ristorantini da cui provengono profumi quanto mai appetitosi invogliano alla sosta. Tutto sembra fatto a misura di turista, oppure è solo voglia di allontanarsi sempre di più da un passato tragico. Chissà. Non sentiamo affatto scaricarci addosso il peso delle colpe che appartengono a noi “bianchi”, da espiare scucendo denaro... forse i tempi sono semplicemente cambiati da quando, in viaggio da quelle parti, un’amica mi raccontava d’aver avuto questa netta sensazione.
Facciamo una breve sosta alla Chiesa di San Carlo Borromeo, al centro dell’isola. Sembra strano che quaggiù ci sia un luogo di culto dedicata a un cardinale italiano... eppure questo luogo così semplice e privo di addobbi preziosi, ricostruito dopo un incendio che lo distrusse, rappresenta per i cattolici di Gorèe uno spazio fondamentale.
Visitiamo anche il Musée de la Femme, un piccolo omaggio al duro e spesso sottovalutato lavoro femminile.
Percorriamo poi la strada che conduce alla parte “alta” dell’isola, il “Castel”, passando fra bancarelle che espongono oggetti d’artigianato e deliziosi dipinti, e dove radi alberi, con la loro scarsa ombra, ci graziano un poco dal sole cocente.
Sulla piazzola del Castel fanno mostra di sé un paio di cannoni recuperati da una corazzata durante la seconda guerra mondiale; intorno, fra i ruderi del Fort d’Orange, ancora tanti artisti con i loro notevoli prodotti. Ma, su tutto, quello che ruba lo sguardo è il bellissimo panorama non solo sull’isola stessa ma anche, al di là del mare, della costa e di Dakar.
Ridiscendiamo non più dalla strada ma da sentieri scoscesi che si affacciano direttamente sul mare: le vedute, inutile dirlo, sono stupende, impreziosite dai colori forti, accesi, della natura circostante.
Ma la visita clou dell’isola è quella alla Maison des Esclaves, il vero e indiscusso simbolo di Gorée.
Bisogna specificare che non fu questo in particolare il solo edificio ad essere adibito a questo fine sull’isola. Trattandosi semplicemente di uno di quelli meglio conservati, fu di conseguenza opportunamente restaurato. Inoltre era anche quello che - per la particolare struttura architettonica - più di altri si prestava a rappresentare la tipica casa in cui venivano rinchiusi gli schiavi.
Questa casa, di un bel color rosso mattone, si compone di due piani: il piano superiore, di stile europeo, arioso e luminoso, costituiva la residenza del proprietario; il piano terra, dove si aprono diverse stanze buie, era il magazzino per le merci (fra le quali gli schiavi). Ad unire i due piani una doppia scala esterna, decisamente coreografica.
I prigionieri, dopo essere stati divisi per sesso e per età, venivano ammassati nei vari stanzoni. Da una parte gli uomini, preferibilmente giovani e robusti, dall’altra le donne, spesso giovanissime. E purtroppo non mancavano neppure i bambini.
Nel cortile si svolgeva la compravendita. Quelli che venivano acquistati pare non dovessero neppure uscire dalla casa: il retro della stessa dava e dà tuttora direttamente sul mare e si dice che delle passerelle venissero stese dal portone direttamente alle navi negriere. Anche se quest’ipotesi pare sia un po’ fantasiosa per via della presenza di pericolose scogliere a ridosso dell’edificio, fa un certo effetto affacciarsi sull’oceano da quel portone, lo stesso dal quale s’affaccio, nel lontano 1992, anche papa Wojtyla.
Per quelli invece che restavano, iniziava un periodo di circa tre mesi negli angusti magazzini. Qui venivano messi all’ingrasso, per raggiungere un peso “ottimale”. Chi si ribellava veniva incatenato in minuscole cellette di punizione in cui non era possibile neppure stare in piedi.
Le uniche ad avere una minima possibilità di sottrarsi a questo infame destino erano le donne, ovviamente quelle molto belle e poco più che bambine.
Dall’unione di quelle donne e i negrieri nacquero spesso dei bambini. Da principio le unioni furono clandestine ma poi, una volta che il fenomeno fu tale da raggiungere proporzioni non previste, dette unioni vennero ufficializzate da veri e propri matrimoni, seppure con gli usi locali.
Dai figli di queste “signare” (termine che deriva dal portoghese senhora) e gli europei che le avevano tratte in schiavitù, dai figli dei loro figli, derivano alla fine quelli che sono ora gli abitanti dell’isola di Gorée.
Ed è magari da tutto questo, da un passato atroce e da un presente che offre sempre più consapevolezza e senso di orgogliosa appartenenza, che si può sperare in un futuro migliore.
Parole e concetti scontati ed abusati? Forse.
Però se ricordo deve esserci, almeno che sia il ricordo di un passato lontano.


Fotografie per Ile de Gorée
  • Ile de Gorée Ile de Gorée
  • Ile de Gorée Ile de Gorée
  • Ile de Gorée Ile de Gorée
  • Ile de Gorée Ile de Gorée
Ile de Gorée Ile de Gorée
Il porticciolo di Gorée
Condividi questa opinione su Google+
Link Sponsorizzati
Valuta questa Opinione

Che utilità avrà questa Opinione per una persona che sta prendendo una decisione d'acquisto?

Istruzioni su come votare

Commenti su questa Opinione
sinamiko

sinamiko

04.12.2011 11:27

la tratta degli schiavi ha assunto nuove forme...ora la chiamano "immigrazione clandestina"...eccellente, e grazie di avercela raccontata :)

Syssy61

Syssy61

02.12.2011 23:36

La tratta degli schiavi è un triste capitolo della storia umana. Adesso non si chiama più così, ma è sparita? Secondo me, no.

sazzy

sazzy

01.11.2011 23:33

Eccellente. L'ho visitata anch'io ed è un posto bello e triste allo stesso tempo

Pubblica commento

max. 2000 caratteri

  Pubblica il tuo commento


Le valutazioni dell'Opinione
Questa Opinione su Ile de Gorée è stata letta 502 volte ed è stata così valutata dagli iscritti:

"Eccellente" per (96%):
  1. sinamiko
  2. Syssy61
  3. sazzy
e ancora altri 67 iscritti

"molto utile" per (4%):
  1. rox1236
  2. miagolio77
  3. Groudy.Blue

La valutazione generale di questa Opinione non si basa solo sulla media delle singole valutazioni.
Risultati simili a Ile de Gorée