Continuità di ispirazione

4  01.10.2012

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irina89

Su di me: '' è il segno di un'estate che vorrei potesse non finire mai''

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Santa Sapienza


Arechi II, Principe dei Longobardi e Duca dei Sanniti, quando si accinse a progettare e a realizzare il Complesso Monumentale di Santa Sofia nel lontano 760 d.C. forse, non osò pronosticare la risonanza mondiale dell'edificio sacro, la cui eccezionalità culturale, a distanza di quasi tredici secoli , è entrata a far parte della Lista dei Patrimoni dell'Umanità.
Chissà, poi, se Arechi II fosse consapevole della portata storica del proprio disegno politico, fondare la Langobardia minor, dando, così, continuità a una stirpe "fuggiasca" e a una civiltà "nomade", la cui memoria è affidata, in Italia, dall'UNESCO, a ben sette sedi, denominati luoghi del potere longobardo, che dalle pendici delle Alpi fino allo sperone d'Italia conservano e promulgano le arti figurative e architettoniche, adoperandosi anche nella ricerca degli usi e costumi dei discendenti di Alboino.

L'ingresso, chiuso al pubblico, non mi ha permesso di ammirare l'interno della Chiesa consacrata a Cristo nell'accezione di Sapienza divina, Santa.
L'esterno, è semplice, con tetto a spiovente, portale ampio delineato da due colonne (impari per materiale e per altezza, provenienti dal tempio di Iside), all'interno del medesimo vi è un secondo portale in marmo decorato, completano la visione un architrave lineare e una lunetta che ricalca lo stile bizantino nell'iconografia del bassorilievo e nello sfondo dorato.

Il Complesso Monumentale è un gruppo architettonico alquanto esteso, ritengo che la sola visione aerea possa fornire l'idea della sua avvenenza e delle finalità per cui è stato innalzato. La Chiesa, l'annesso ex-monastero sofiano e il chiostro, nati sotto l'influenza della filosofia cristiana, ne sono espressione tangibile, infatti, è proprio nella costruzione e nell'uso della pietra, in architettura e nella scultura, che nell'Alto Medioevo si concretizza la missione "ordinatrice" dell'uomo sulla materia-peso, missione che l'anima del credente dovrebbe perpetrare sul corpo.
L'edificazione di un tempio assume una forza sociale coesiva, è l'espressione più autentica della fratellanza: il lavoro del volgo, l'erudizione del Priore, la podestà del Duca, creano un equilibrio d'intenti in nome di Cristo, Salvatore e Redentore.
Il monastero replica anch'esso al suo interno, il dualismo psyché/soma, l'arte cristiana nata da esigenze religiose, e quindi fulgidamente simbolica, vede anche nella pianta quadrata del Chiostro , la materialità, la finitezza, in opposizione alla circolarità e alla profondità del pozzo, simbolo dell'eternità.
Sostando sotto il colonnato con i rumori dell'esterno attutito dallo spessore delle mura, tra la penombra, ancora oggi, nonostante non sia più un luogo di culto il Chiostro regala serenità.
Io stessa, passeggiandovi, ne ho fatto un luogo di meditazione, dopo aver osservato parte dei tesori preservati nel Museo del Sannio , spinta dall'impulso di creare un diversivo per la mente, mi sono rifugiata tra le quadrifore e gli archi a tutto sesto.
La "siesta" intellettiva-sensoriale ha una durata infinitesimale, tutto è arte, il loggiato, la forma della colonna, ora liscia, ora annodata, ora scanalata, la diversificazione dei capitelli con decorazioni vegetali e foglie d'acanto, le incisioni in latino, le figure zoomorfe in rilievo, tratte dal bestiario medioevale, richiedono un esame approfondito.


..."Dove si entra nell'Edificio, si scopre un visitatore misterioso, si trova un messaggio segreto...".

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Museo del Sannio Piazza Santa Sofia - Benevento

Orario apertura 09:00/ 19:00

Giorno di chiusura Lunedì

Costo biglietti - intero ­ € 4.00

ridotto € 2.00 per over 65, comitive 20/+ persone, studenti+ documento di riconoscimento, o tessera del CTS

Chiostro € 1.50 ridotto € 1.00

scolaresche € 1.00

ingresso gratis docenti, disabili, guide, iscritti Ordine giornalisti, residenti Benevento/Provincia, impiegati Ministero Beni/Attività Culturali

contatti tel. 0824/ 21818 @ info@museodelsannio.com

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Alle origini dell'arte

100.000 anni or sono...


Il percorso all'interno del Museo del Sannio è strutturato seguendo la cronologia storica del territorio beneventano, racchiude la millenaria evoluzione dell'uomo, delle sue attività, della sua produzione artistica.
Le prime teche espongono reperti preistorici, perlopiù punte di lancia, in pietra o selce nera, lo stesso materiale con cui poteva essere costruita l'amigdala acheulana, da S. Acheul località dove venne rinvenuta per la prima volta nella storia.
Un arnese appuntito, forse manicato, lavorato su entrambe le facciate, di certo multifunzionale per i nostri antenati che lo adoperavano come arma di difesa, di offesa ma anche come utensile.
L'amigdala è stata ritrovata presso la Masseria del Ponte, testimonia l'antropizzazione dei luoghi fin dalla Preistoria, tutti i manufatti, sia del Paleolitico Inferiore che Superiore essendo le uniche fonti, data la mancanza di documenti scritti su cui basare le conoscenze, affascinano chi, come me, ama indagare l'alfa della civiltà umana.
Nel Museo non sono esibite le cosiddette "veneri di pietra" né monili in ossa di animali, assenti anche fotografie di graffiti, impronte negative e pitture rupestri, ma ugualmente le lance e le asce in pietra levigata rimandano alle scene di inseguimenti e battute di caccia ai grandi erbivori.
I recipienti di terracotta del Neolitico, scarnamente decorati, in genere piccoli orci e tegami rudimentali, calano il visitatore in una dimensione domestica, il cacciatore/raccoglitore si è tramutato in agricoltore e la grotta, riparo naturale, ha lasciato il posto alla capanna, riparo costruito.


Sala dei Sanniti secc. VIII - V a.C.

Ai Sanniti è dedicata un'intera sezione museale, di questa popolazione è pervenuto fino a noi, oggettistica, elementi di "oreficeria", armi e corredi funerari.

I reperti provengono da molte località, infatti la provincia è fortemente presente con Caudium , l'odierna Montesarchio, Telesia , Melizzano , San Marco dei Cavoti ; quest'ultimo sito ha regalato uno dei corredi funerari più forniti, il quale offre uno spaccato di vita ordinaria di un presunto giovane a partire dalla sua iniziazione e ingresso nel mondo degli adulti come uomo e come guerriero.
In primo piano, osservando la teca, si "rivitalizza" l'investitura ufficializzata con il possesso di un cinturone bronzeo a maglie larghe, solido e borchiato, oggetto-amuleto considerato indispensabile per la conclamazione dell'eroe
Immagini
  • Museo del Sannio (Sezione arte e archeologia), Benevento Museo del Sannio Ingresso
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Museo del Sannio (Sezione arte e archeologia), Benevento Museo del Sannio Ingresso
Museo del Sannio (Sezione arte e archeologia), Benevento
e forse anche del gladiatore, armato di tutto punto, con spada e lancia dall'impugnatura decorata.
Del mondo maschile, oltre all'armamentario, viene rispolverata anche la venialità, due coppie di spiedi lasciano presagire laute libagioni mentre alcuni bracciali rivelano un sannita vanesio, amante dei gioielli.
La vanità e l'amore per i monili accomunava il genere maschile a quello femminile.
Inutile negare, mentre gli altri procedono verso altre mete, io indugio senza ritegno presso la vetrina dell'arte "orafa", anche se i metalli forgiati per confezionare parure, quasi mai, erano preziosi, sovente i Sanniti sceglievano il bronzo e il ferro, data la povertà della popolazione.
Alla collezione "donna V sec. a.C." primavera-estate, autunno-inverno, non lo sapremo mai... appartengono: una collana in ambra, orecchini ornati con una coppia di cavalli marini, alcuni pendenti in terracotta, due pendenti ad anelli, altri a bulla, a cicala o a goccia, personalmente avrei scelto il ciondolino in argilla riproducente una testa di ariete rispetto, ad esempio, alle fibule con effigi femminili, dall'aspetto grezzo.

Sala di Caudium

Il periodo storico tra i secoli V e IV a. C. presenta una massiccia produzione fittile incentrata su vasi ornamentali a figure rosse, ovvero i crateri, in questo caso, telesini e caudini.
I crateri a colonette ( di derivazione corinzia) o a campana ( di derivazione attica), sono prodotti importarti dall'Ellade, la storia per comodità di studio viene impartita in "blocchi temporali", in realtà, le civiltà si sono intersecate inestricabilmente tra di loro.
Le influenze e i "condizionamenti" sono innegabili, il vasellame e i recipienti abbelliti dell'antica Maleventum, attestano l'ascendenza esercitata sui Sanniti dal pittore Andokides, in ultima analisi dalla cultura greca o più propriamente dalla cultura della Magna Graecia, area geografica con cui i Sanniti intessevano rapporti di amicizia e scambi commerciali.
Le scene dipinte sui vasi ripescano sempre dal mondo mitologico, le figure rosse risaltano sullo sfondo nero, la plasticità delle figure e l'armonia delle composizioni hanno un effetto psicologico positivo grazie anche ai disegni perfettamente tracciati e ai contorni che sembrano essere incisi e non soltanto e semplicemente dipinti.
Superbi i vasi in bucchero di matrice etusco-capuana, la cui ceramica nera e lucida, rende superflua la decorazione di calici, vasi e anfore già perfetti nelle forme modellate.
Da segnalare, tra le produzioni a figure rosse, per imponenza e sensualità espressiva, Europa sul toro , tra i pochi rinvenimenti giunti a Benevento da Sant'Agata dei Goti.

L'Hydra con la sua goffaggine pomposa a tre manici ruba la scena alle comuni anfore bimanicate, e anche alla tranquilla Kylix tuttavia, deve cedere il passo al Kantharos che si erge altezzoso sul suo altopiede e soprattutto al Rhyton a testa d'ariete che con le cromie nere/bianche/rosse sembra pavoneggiarsi conscio della sua unicità.

Hera - Hermes - Nike


V a.C. - I /II d.C.

A fare gli onori di casa nella Sala delle sculture greche è una regina di marmo: Hera , i confini del suo "regno" sono misurabili in pochi metri quadrati resi ancora più minuti dalla ieraticità del volto calcareo e cristallino.
Innanzi a un capolavoro artistico sono sempre propensa a elogiare il genio creativo, affascina la rincorsa del genere umano verso la "bellezza ideale", anche se sono di fronte a un reperto archeologico "monco", quale la testa di Hera è, la mia forma mentis mi conduce inevitabilmente a scrutarne ogni aspetto: luce, forme, linee stilistiche.
I critici concordano sulla levatura artistica dell'opera, lo scultore, anonimo, ha dimostrato di possedere una perfetta conoscenza dell'anatomia umana, ha, certamente, seguito ed ubbidito a precise regole di proporzione, il risultato è sotto i miei occhi:

una umanità eternamente ferma nella sua perfezione, la compiutezza assoluta divinizzata.

La testa di Hera, come molti altri reperti presenti all'interno del Museo del Sannio, proviene dal Convento di S. Agostino , una discarica dei tempi andati in cui sono stati, involontariamente "archiviati", capitelli, statue, e parti architettoniche di rilievo.
La testa di Giunone romana apparteneva a una statua monumentale, in cui il gusto per il gigantesco, non unico in quell'epoca, ha creato un capolavoro.
Il volume delle geometrie è perfetto, la plasticità della capigliatura, i dettagli del volto che denotano intima serenità, fanno acuire il risentimento per la perdita del resto della statua, di cui però, rimangono solo alcuni frammenti.
Dallo studio di questi ultimi, a cura del Progetto di Ricerca sugli insediamenti antichi dell'Università di Napoli l'Orientale, si è stabilito che il marmo della testa, pregiato, nulla aveva a che vedere con il materiale del corpo scolpito utilizzando marmi più poveri, si ipotizza persino che questa statua fosse dipinta e/o abbigliata con stoffe colorate.
Nike e Hermes seppur appartenenti a due secoli differenti appaiono con analogie compositive, non solo, entrambe le statue sono fortemente deteriorate, nonostante i materiali scultorei impiegati siano di natura diversa, il granito scuro per la prima opera, e il basalto verde per la seconda.
La Dea Alata della Vittoria non è riuscita a vincere il tempo che l'ha completamente trasfigurata e denudata, della sua originaria bellezza resta solo l'abito scolpito finemente ripiegato.
In ottemperanza ai dettami estetici del periodo, il corpo femminile di Nike è "ricoperto", mentre, quello maschile di Hermes viene esaltato nella sua nudità.

Il Mercurio romano ha la muscolatura fissata in un canone di bellezza che esalta atleticità e giovinezza, la massa anatomica, nella sua volumetria naturale, evoca vigore imbattibile.

Iside - Osiride - Horus

I sec. d.C. età Domizianea

Egitto "dono del Nilo".

Egitto, dispensatore di tesori, miti e saperi. Tutto il mondo tributa alla civiltà egizia attenzione e gloria, nel corso dei secoli si è ecceduto nello zelo eseguendo vere e proprie spoliazioni di opere d'arte nonché di reperti archeologici, testimonianza inequivocabile è la grande quantità di questi ultimi, trafugati dai luoghi di origine per raggiungere destinazioni internazionali ed abbellire teche, collezioni pubbliche e private.
Restringendo l'ambito al nostro territorio nazionale, si evidenzia una distribuizione pressoché omogenea di musei che mettono il grande pubblico a contatto diretto con i Regni dei Faraoni.
Ogni museo ha una sua peculiarità ben precisa, alcune sale esibiscono pregiati papiri, altre conservano mummie dall'aspetto inalterato, altre ancora, espongono monumentali sarcofagi.
Il Museo del Sannio vanta un primato da sottolineare, esso custodisce un elevato numero di sculture che potremmo definire tranquillamente made in Egypt; infatti la madrepatria, all'epoca, fornì sia i materiali adottati che le maestranze per realizzare i bassorilievi, non solo, le figure a tutto tondo e le Sfingi tuttora ammirabili a Benevento, databili intorno ai secc. IX / III / II a.C. sono state importate dai Romani direttamente dalla terra delle Piramidi.

Il Tempio di Iside è il vero fulcro della mia giornata da "topina musiva".
Curiosa e attenta mi intrufolo tra busti di diorite, urne di porfido rosso, sculture di sienite, riservando le mie energie psichiche alla dea delle fertilità conscia che le prime ore di permanenza in un museo sono quelle più fruttuose per un apprendimento reale.
Tanto, penso tra me e me, ho la possibilità di ripercorrere a ritroso secoli e secoli di storia anche senza l'ausilio della macchina del tempo, basterà solo cambiare prospettiva, stanza o piano espositivo.
Iside, protagonista della mostra, è assurdamente accantonata, affissa su di un pannello, questa scelta è dovuta, sicuramente, alla natura del ritrovamento, scarno e mutilato; della Signora di Benevento resta solo il
capo senza disco solare, né il fiore di loto, simbolo indiscutibile dell'Egitto faraonico.

Ma chi era Iside? Chi ha osato attentare alla sue fattezza divine?

Iside è la dea della fertilità, della maternità, genitrice del dio Horus, frutto di un atto incestuoso compiuto con il fratello Osiride.


Il culto isiaco fu introdotto a Roma da Vespasiano per suggellare l'alleanza politica-commerciale con l'Egitto, poiché la Valle del Nilo era il vero granaio dell'Impero, soggiogarla equivaleva a mantenere stabile il proprio potere in patria, come i suoi predecessori, non solo diede libertà di culto ma ne subì egli stesso l'influenza.
La leggenda narra che la costruzione di templi, così come le deificazioni di statue dedicate a Iside, a Osiride e Horus, fossero atti di vera devozione, una sorta di ex-voto attuati da Vespasiano per sdebitarsi degli interventi miracolosi che gli avrebbero salvato la vita in più occasioni, ma anche un atto per onorare le divinità egizie, numi tutelari dell'imperatore appartenente alla gens Flavia, Vespasiano, uno dei pochi candidati di origine non patrizia, riabilita, in questo modo la sua discendenza.
In Benevento, governata dal figlio, Flavio Domiziano, si coagularono tutte le istanze del culto isiaco, gli adpeti più ferventi risiedevano nell'élite culturale della cittadina campana, il cui maggior esponente fu Lucilio Lupo. Iside trovò i suoi oppositori più acerrimi nei Longobardi di confessione cristiana, oltre a detronizzarla spinti da un bieco integralismo, essi, ne tramutarono l'immagine da dispensatrice di buoni auspici a strega, la strega di Benevento , ma il suo culto misterico, ugualmente, sopravvisse nei secoli e la Isis Lactans si "incarnò" nella Maria Lactans , la Madonna delle Grazie, in effetti le due iconografie sono sovrapponibili: madri che portano al seno il proprio infante.

I reperti egizi più significativi, oltre a Iside, sono: la cysta mistica , Domiziano in veste Faraone , l'Obelisco, Horus, il Toro apis, il Dio Thot e la statua cubo.

La statua dell'Imperatore Domiziano a dispetto della funzione di rappresentare il dio in terra, a mo' dello stato teocratico egiziano, non irradia un senso di autoritarismo anche se la sua posa è rigida.
La cifra stilistica è sempre da ricercarsi nella statuaria del sovrano: sembianze reali del viso, orecchie sporgenti, acconciature e paramenti sacri ( nemes con ureo) braccia lungo i fianchi e abbigliamento classico ( gonnellino shendyt).
La triade mitologica si chiude con l'Incarnazione della Regalità, il dio Horus rappresentato sottoforma di falco. Il gruppo scultoreo, è formato da tre statue in pietra grigio-nera, una di esse è Horus Bambino ( Arcoprate) il cui segno distintivo è la treccia dell'infanzia lasciata fluire lateralmente e il dito portato alla bocca, tutte risalgono alla XXX dinastia.
La statua su cui fa perno l'ente che gestisce il museo è Horus-falco in diorite, spiccano la mancanza dei castoni degli occhi e la frammentarietà della scultura a cui manca il becco adunco.
Immobile, il falco mi trasmette grande vitalità per le membra che si aprono in uno slancio elegante, netto, pur privi di luce quelle orbite sembrano trapassare i secoli.

L'arte egiziana... ..."vivo magistero per chi ricerchi e interpreti le ragioni della sua eterna sopravvivenza".

Traiano - Plotina - Achille

II/ III d.C.

Il tempo trascorre inesorabile e alcune sale le sacrifico senza troppi tentennamenti, è l'esempio della Sala dei gladiatori , un insieme di sculture sannitiche di età romana, la cui grossolanità data dalla postura frontale, dall'inespressività del volto e dal panneggio dozzinale, non mi incentivano a proseguire nell'approfondimento, mi basta sapere che le opere sono state tratte dalla pietra locale da abili artigiani cercando di emulare i capolavori marmorei di Roma, ma il risultato è poco encomiabile.
La stele di un portatore e l'urna cineraria del I sec. d.C. liberano gli artisti sanniti dal giudizio non lusinghiero espresso pocanzi, infatti i particolari e le fattezze sono meno primitive, la serpe che si avvinghia sul coperchio dell'urna, riprodotta a grandezza naturale cristallizza il suo ruolo di custode eterno.

Benevento, città "amata" nell'età imperiale non poteva esimersi dal celebrare Marcus Ulpius Nerva Traianus , colui il quale rivitalizzò l'economia e i commerci, inserendola nel nuovo assetto viario, difatti egli ampliò alcuni tratti di strada e ordinò la costruzione ex novo di altri tracciati come la nuova via Traiana che ha origine dall'Arco di Traiano e termina a Brindisi.
La statua che "fotografa" l'imperatore eccelle nella sua munificenza, poco importa la mancanza del capo, degli arti, la visione totale dell'opera, osservabile a tutto tondo, mi evoca grazia, regalità, finezza, chiara la matrice classica, per il rispetto delle proporzioni e dei volumi.
Ma il realismo della scultura romana ha in nuce anche l'influenza dell'arte italica, che fa prevalere la crudezza della storia ai voli pindarici del mito, i latini esasperano tali contenuti caratterizzando fortemente ogni soggetto scelto; non a caso il "ritratto" di Traiano è celebrativo, alla semplice tunica viene sovrapposta la lorica (armatura indossata dai soldati) per omaggiare il condottiero, il conquistatore che ha osato estendere i confini dell'Impero romano, come mai prima di allora, fino alla Dacia, alla Mesopotamia, all'Armenia e all'Arabia.
Pompeia Plotina Claudia Phoebe Piso , moglie di Traiano, è sistemata alla sua sinistra, ha una linea composta, il gesto delicato dell'avambraccio inclinato mentre raccoglie e sostiene il chitone fanno assumere alla statua una posa da modella, è una femminilità moderna, complice l'abito aderente, fasciante, che sottolinea il seno, e il corpo avvolto nelle pieghe classicisticamente panneggiate che ricevono e riflettono la luce dando varietà alla figura.
Achille è l'ultimo eroe mitico che incontro lungo il percorso museale.
E' lui il protagonista di un lastrone di marmo appartenente a un sarcofago (230-240 d.C.) il contenuto epico è ravvisabile nella Guerra di Troia che fa da sfondo all'amore appena sbocciato tra Achille e la regina Pentesilea, il colpo di fulmine avrà vita brevissima, la regnante perirà tra le braccia dell'eroe mentre si consuma la battaglia ad opera delle amazzoni accorse in aiuto di Priamo dopo la morte di Ettore.
Ingiustamente intitolato "Ratto delle Sabine", la Lastra di Achille e Pentesilea recentemente restaurata, coglie nel vivo la forza di uno scontro spietato, di un colpo sferrato a tradimento per annientare il nemico sorprendendolo alle spalle.

C'è pathos, c'è senso rude della realtà.


Arechi II - Adelberga?

Una voce amica mi scuote dal silenzio, la domenica primaverile, le molte ore di luce a disposizione mettono a tacere la frenesia che può cogliere chiunque di noi nel nostro quotidiano.
Piacevole il torpore dei raggi del sole tra le aiuole del Chiostro e le geometrie delle siepi, ma è ora di andare.
L'accesso alle sale destinate ai Longobardi è impedito da cordini rossi, dunque mi rassegno, tutto il patrimonio numismatico con monete coniate dalla zecca principesca, racchiuso all'interno della Sala del medagliere , e la ricostruzione civile e miltare della "gente" di Arechi II mi è negato, causa neo-allestimento di una sezione appositamente riservata a questa stirpe. Il cruccio persiste tuttora, avrei voluto esaminare da vicino le gioie finemente cesellate dei Longobardi, le collane in oro e pasta di vetro, i pendenti e le croci intarsiati di pietre.
Intravedo, di sfuggita, contorniati da incisioni paleocristiane, solo due protagonisti posizionati su delle basi rialzate, io li associo ad Arechi II e alla consorte Adelberga, ma l'attribuizione è incerta, non avendo letto la didascalia .
In paramenti militari, il Duca: elmo appuntito, abito e guanti in maglia di ferro, pettorale in cuoio decorato con placche di metallo, lungo mantello; a proteggere il "guerriero" vi è uno scudo dall'ampio diametro e una spada bilama con l'elsa in corno e lega metallica.
In abiti sontuosi, la Duchessa: tunica violacea, mantello in velluto amaranto con profili in raso cremisi, abbigliamento ornato da una sopravveste e da un lembo di tessuto bronzo-dorato con ricami in rilievo e
guarnizioni "preziose", ma l'emblema dello status sociale della dama è senz'altro la corona abbellita con medagliette disposte in cerchio e una cascata di fili di perle che scende a coprirle la chioma.

Forme sul piano


..."Il pittore è padrone di tutte le cose".


La pittura "satura" la proposta culturale dell'assetto museografico beneventano.
Il primo piano, ha una guardia accucciata, un leone di pietra, albino, le fauci spalancate si aprono in un sorriso non in un ruggito feroce, dando così, un cordiale benvenuto.
La sottosezione che circoscrive i secoli XIV e XV quantitativamente è poca cosa, ma la qualità delle composizioni prospettiche, con l'esame critico dell'uomo e del cosmo è paragonabile alle grandi opere pittoriche del tempo.
Una intera parete bianca ossequia l'artista locale tardo-manierista, Piperno , con sette grandi dipinti (olio su tavola-fine '500 circa) a carattere religioso, in cui io ravviso l'intento di un credente-creativo che esplica la sua devozione, senza troppe sovrastrutture, ma lasciandosi guidare dal sentimento. I personaggi, chiusi nel loro mondo, rifuggono dalla mondanità, anche se tecnicamente le allegorie sono ben studiate, la loro trasposizione su tavola è pur sempre di stampo manieristico e come "plagio" non può assurgere a capolavoro.
Una piccola stanza serba un grande tesoro del ' 600, il Monetiere Alberti , un manufatto di scuola partenopea, in ebano, vetro dipinto, tartaruga, specchi, con cassettini intarsiati, e dipinti ispirati alla tradizione biblica.
Il viaggio nella storia dell'arte prosegue, dal barocco napoletano mi tuffo nel secolo dei lumi, all'incessante opera di mecenatismo dell'Arcivescovo P.M. Orsini, salito al soglio pontificio con il nome di Benedetto XIII, si deve la collezione oggi esposta.
Le scene, di cui molte pastorali, sono dense di elementi umani, la calca è in primo piano, quasi a investire lo spettatore, lo sfondo scuro dei quadri, in cui la luce è proiettata come un faro, i paesaggi con rovine di monumenti antichi, sono sintomatici di una nostalgia per la classicità.
G.De Martini, G.Sciuti, G.Bonolis, E.Caggiano sono gli artisti che impegnano lo spazio-arte' 800.
Tra le vedute paesaggistiche ad acquerello che si allontanano da un'invenzione originale, e gli affreschi ridondanti di storia, è la scultura Pane e lavoro di Emanuele Caggiano a creare un feeling emotivo più vivo.

Come molti luoghi d'arte e cultura anche il Museo del Sannio affigge, ben in vista, l'espresso divieto di fotografare e filmare, sono consentiti pochi scatti all'esterno, ove sono collocati i cippi funerari romani e nelle prossimità del Chiostro, per i canonici ricordi digitali. Per non infrangere le normative sul copyright, sono costretta, mio malgrado, a decurtare drasticamente il limite massimo di foto ammesse a coronamento dell'opinione.
Al primo piano e al piano inferiore della sezione Arte Moderna, nell'ex Palazzo Casiello, l'interdizione è più rigorosa, un adetto sorveglia fisicamente i locali facendo la ronda tra una sala e l'altra, ammonendo tutti coloro che, furtivamente, tentano di accaparrarsi un piccolo zooooometto ;) Chiusa parentesi.

La fanciulla "estratta" dal marmo per mano di Caggiano è un'attrattiva per tutti gli astanti, anche io scannerizzo l'opera, in una linea ideale con lo scultore, al fine di comprendere il simbolismo dell'opera, seguo il movimento tracciato dall'artista; della composizione conica scorgo subito il volto di questa poco più che adolescente, dalla simmetria classica, perfetta, lo sguardo diligente, la bocca socchiusa, il tronco ricurvo accentuano la mia attenzione sulle mani operose colte in un frangente animato, il filo legato al mignolo, e il pizzo adagiato sulle ginocchia, sono il continuum dello schema "cognitivo" progettato da Caggiano.
Perpendicolarmente al lavoro, si erge il co-protagonista dell'opera, un tozzo di pane in un cesto di vimini, collocato volontariamente alla base, agisce da sostegno all'impalcatura concettuale.
Pane e lavoro non manifesta gelida freddezza, emoziona, il misero sgabello senza schienale, la mancanza di calzari, denotano le precarie condizioni della ragazza che trova un riscatto nel lavoro, liberazione ma anche sacrificio e negazione di spensieratezza, è il contrasto della sensualità delle forme nude, abbozzate, dei riccioli lunghi e morbidi, che tallonano un tormento interiore: obbedienza e virtù oppure seguire lo spirito della giovinezza che chiama alla vita?


La Pinacoteca Contemporanea, oscurata da tendaggi pesanti, e illuminata artificialmente, è un labirinto in cui ogni artista trova la sua collocazione in modo paritario.
Il naturalismo della rumena Virginia Tomescu Scrocco si affianca alla sofferta umanità degli umili contadini ritratti da Nicola Ciletti , il geometrismo astratto di Corrado Cagli atto a sconclusionare i cardini della ragione, si allinea all'espressività emotiva dei grandi volti e delle pennellate rapprese nei paesaggi sospesi di Carlo levi , l'atemporalità della Donna in rame di Riccardo Dalisi , statua-cubo moderna, archetipo di introspezione e resurrezione, abbraccia la spazialità "appassionata e semplice, audace e non esagerata" di Renato Guttuso svelata in Salita dei Borgia.

Arte-invenzione. Arte-comunicazione. Arte-venerazione. Arte-emozione.

Arte-continuità di Ispirazione.

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teodolinda73

teodolinda73

24.12.2013 16:09

sei meglio di una guida del touring club!

epyman_2.0

epyman_2.0

07.08.2013 09:09

eccellente

dariotorino90

dariotorino90

10.06.2013 20:23

eccellente

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