Sfiorandone la pelle verso l'ombelico

5  22.03.2004

Vantaggi:
Ti riempie

Svantaggi:
Fa perdere la capacità di sintesi

Consiglio il prodotto: Sì 

tsunami2001

Su di me: Quali tempi sono questi, quando discorrere d'alberi è quasi un delitto perché su troppe stragi compo...

Iscritto da:17.01.2001

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Incipit
Popolo di montagna, gli Inca!
Per loro l’ombelico del mondo era tra le Ande e lì hanno fondato la loro Cuzco.
Gli spagnoli invece erano gente di mare e per loro la capitale doveva essere sulla costa (perché da sempre chi domina il mondo fa in casa propria il contrario di ciò che impone fuori) e così è nata Lima.
In un universo parallelo i due popoli avrebbero potuto convivere insediandosi ognuno nella zona che più gli si confaceva. Ma, nel nostro, Pizzarro aveva il suo Eldorado da cercare e si è scelta un’altra via… che poi è la solita.


Oggi la lingua è spagnola, le facce indie. E i (pochi) bianchi continuano a preferire la costa lasciando le montagne ad indios e mestizos (meticci). E’ sulla cordigliera che ancora oggi emerge l’anima di questo paese.

Una peculiarità del viaggio in Perù è la varietà delle connotazioni che esso assume, un’equilibrata miscela di esperienze e spunti di interesse.

Naturalistico.

I peruviani si vantano di tutelare dal punto di vista ambientale il 10% del proprio territorio ma se ovunque ciò avviene come nella riserva marina di Paracas (235 km a sud di Lima) avrei un cortile parzialmente inghiaiato da proporre come “Riserva della biosfera”. Si tratta di un’area costiera ricca di cormorani, sule, pinguini di Humboldt , pellicani e leoni marini. Il tutto però è sfruttato come un turistificio piuttosto invadente, troppe barche portano alla scoperta delle prospicienti isole Ballestas sulle quali il decantato divieto di sbarco è giustificato non da ragioni di tutela ambientale ma dalla necessità di lasciare depositare il guano, particolarmente prezioso – per quanto in declino - come fertilizzante. Tutti questi uccelli infatti cacano che è una meraviglia e quando hanno ricoperto le isole con un metro di liquami questi vengono raccolti (si tratta di una professione ricca di soddisfazioni, per chi volesse inviare un curriculum metto una buona parola).
Siccome non sempre centrano l’isola l’impermeabile con cappuccio è consigliato non solo contro gli spruzzi del mare.
Al di là di questo è memorabile infilarsi tra gli archi di roccia e le insenature delle isole, in una cacofonia incessante di versi, circondati da evoluzioni di stormi di uccelli, goffe incursioni terrestri dei pinguini, molli pose delle foche distese sulle rocce, leoni marini che nuotano attorno alla barca.
C’è anche un enigmatico diversivo: lungo il percorso ci si ferma ad osservare inciso sul fianco di un promontorio costiero l’enorme sagoma di quello che può ricordare un candelabro. Si tratta di un lascito della civiltà Paracas e non ha consimili da queste parti. Il suo significato e la sua utilità sono un mistero, il primo di una lunga serie che, tra rollii e beccheggi, ci fa fare boccuccia di fronte agli interrogativi di civiltà che non hanno lasciato nulla di scritto.

Enologico

Abbandonata definitivamente la foschia costiera ci si imbatte nell’atmosfera da polveroso far west di una distilleria dove producono il liquore nazionale: il pisco. Siamo ad Ica (305 km da Lima), nella Bodega Catador e ci aggiriamo tra strumenti antichi, come la vecchia pressa retta da una grezza trave centenaria, schiere di flessuosi otri di terracotta e vasche vuote (in ottobre) che raccontano le tradizionali feste dei giorni successivi alla vendemmia, quando diventano teatro di danze sulle uve bianche per favorirne la pigiatura.
Annesso c’è un rustico bar dove si può assaggiare il prodotto finale di questo rito. Un bicchiere di pisco normale, ma c’è anche quello più liquoroso, il pisco lemon e il pisco sour, un cocktail con limone e albume d’uovo.
Alla fine, complici il sole equatoriale e la lunga mattinata a stomaco semivuoto, un boccone giova ad una postura post – Neanderthaliana.

Antropologico

Nel piccolo Museo Regional de Ica si entra in contatto con aspetti interessanti delle antiche civiltà locali. Diverse mummie ben conservate illustrano l’usanza di seppellire i defunti avvolti in strette fasciature, rannicchiati in una sorta di posizione fetale e circondati da oggetti votivi.
Era diffusa tra questi popoli la pratica della deformazione cranica: sin da giovani le teste venivano fasciate strettamente per allungare artificiosamente il cranio anche di 20-30 centimetri con esiti sconcertanti, mai visti su un essere umano tranne, ma in forma minore, qualche presidente di società calcistiche ed una manciata di parlamentari leghisti.
Quando gli spagnoli vietarono la pratica è nata l’abitudine, tuttora in voga, di portare bombette che sembra conferiscano un aspetto vagamente somigliante a quello di una testa allungata.
A imperitura testimonianza delle potenzialità tricologiche di questa gente tantissimi teschi calzano ancora fluentissime e lunghissime capigliature… sembra che nei cimiteri oltre al giardiniere vada una volta alla settimana anche il barbiere.

Paesaggistico

Sarebbe un vero crimine trascurare l’oasi di Huacachina (5 km da Ica), un piccolo lago con palmeto solcato

Fotografie per altri luoghi in Perù
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Islas Ballestas
da pattìni e circondato da alte e spettacolari dune bianchissime su cui è possibile fare sandboarding. Frequentata più dai peruviani che dai turisti – cosa rara – è stata per me l’occasione del primo assaggio dell’Inca Cola, stucchevole e appiccicosa bibita nazionale dal sapore di chewingum e dall’innaturale e vivacissimo colore giallo. E’ un prodotto su cui si riversa un simpatico ed ingenuo orgoglio nazionale, con gadget (soprattutto magliette) che vanno a ruba. A modo suo una star.

Enigmatico

A 450 Km da Lima giace una pianura pietrosa percorsa da linee, figure geometriche e disegni più complessi ottenute con il semplice espediente di spostare le rocce in superficie scoprendo il più chiaro terreno sottostante. Curioso che possa rappresentare uno dei più celebrati misteri del mondo ma...

Non si sa cosa rappresentino: un calendario? Punti di riferimento di un camminamento rituale? Segnali di una pista di atterraggio aliena? (certo che un condor e un colibrì come segnali interplanetari… è un po’ come quando arriva uno straniero nel paesello e si trova nella piazzetta un cartello di cartone con scritto a pennarello “divieto di sosta nei giorni di mercato”).

Non si sa come siano stati tracciati perché sono visibili solo dall’alto, tant’è vero che sono stati scoperti solo quando i primi aerei hanno iniziato a solcare la zona.
Alcuni suggeriscono che i Nazca, civiltà che si ritiene abbia realizzato l’opera, sapessero costruire rudimentali mongolfiere, o mettessero un bambino su un condor ammaestrato a dirigere i lavori. Siccome oggi una torretta di osservazione consente di ammirare l’area mi è venuto da pensare che potessero aver utilizzato qualcosa di simile anche gli autori dei disegni… ma forse galoppo troppo con la fantasia.

Anche sulla datazione delle figure ci sono controversie.

Una studiosa tedesca, Maria Reiche, ha dedicato la vita allo studio e alla manutenzione delle linee di Nazca. Essendo vissuta 95 anni qualche risposta in più poteva anche darcela…
In realtà il personaggio è molto suggestivo e nella sua abitazione è stato allestito un museo che aiuta a conoscere, ma non a capire, qualcosa di più.
L’esperienza più interessante è il volo sulle linee. Piccoli aerei (3 posti più il pilota) sorvolano la zona inclinandosi acrobaticamente prima su una ala e poi sull’altra per agevolare la visione a tutti i passeggeri consentendo loro di scattare delle foto e rimettere il pranzo ortogonalmente al suolo. Alcuni dicevano che fosse necessario aguzzare la vista per individuare le figure ma a questi consiglierei un tagliando oftalmico perché si stagliano piuttosto bene e si fanno pure fotografare che è un piacere. C’è chi sull’aereo ha perso l’abbronzatura ma mi sento di tranquillizzare i più: una mezz’oretta di volo fa solo un po’ giostra , se avete traghettato indenni sulle Bocche di Bonifacio non avete niente da temere.

Artigianale

Sulla via verso il centro di Nazca non è tempo perso (piano con l’entusiasmo) gettare un occhio nella bottega di qualche vasaio. Quello che ho visto io era un sosia di Umberto Smaila (pure qui?!?) ed ha illustrato il processo di realizzazione dei suoi oggetti ironizzando sul livello tecnologico dei mezzi a sua disposizione. Peccato che su ogni cosa in vendita che riproducesse i motivi ormai familiari delle antiche civiltà di questa terra fosse stato costretto a scrivere che si trattava di riproduzioni.

Può fare rabbrividire chi intendeva leggere fino in fondo ma tutto questo è stato concentrato in 12 ore. A pensarci adesso, però, fossero tutte così le giornate ne basterebbero poche per farci saltare fuori una vita.

Archeologico

E’ uno strano risveglio quello che ci porta a scendere le spirali di pietra degli acquedotti dei Nazca per infilarci negli angusti condotti di manutenzione ed ancora più inconsueto è camminare tra le sabbie della necropoli di Chauchilla (30 km da Nazca), con tombe e mummie nelle numerose buche del terreno e frammenti ossei che spuntano ovunque. Ci siamo ritrovati un dente tra le scarpe, avremmo potuto anche pensare ad una moderna dentiera, non fosse stato per il pezzo di mandibola che ci stava attaccato….

Religioso

Dopo un tragitto condiviso solo con pochi camion con grovigli di rovi sul portellone posteriore (credo per scoraggiare ladri o autostoppisti d’assalto), un traffico di minuscole macchinette giapponesi, a misura di peruviano, memoria dell’epoca del governo Fujimori introduce ad Arequipa, la deliziosa città bianca accomodata a 2300 metri d’altezza e circondata da vette di altezza per noi inusitata, attorno ai 6000 metri. Ci si sta bene ed è con Cuzco la città che più ispira affetto verso questo paese. Il suo accogliente aspetto coloniale offre il meglio di sé nell’immancabile Plaza de Armas che ha come fulcro una fontana circondata da panchine ombreggiate da alberi fioriti, il tutto nella cornice offerta dai candidi edifici porticati e dall’imponente cattedrale, risorta dal terremoto del 2001 che ne aveva abbattuto le torri.
Il primo posto in cui mi sono sentito sciogliere la crosta del turista per tornare un uomo che fa due passi in centro.
Qui l’atmosfera è pervasa da un senso di religiosità potente, per quanto emani da semplici vestigia di un passato importante. Ci si intrufola nelle sale e nei cortili dell’immenso, colorato e quanto mai spagnoleggiante monastero di S. Catilina (Andaluso, direi con le casette basse e squadrate, archi, gerani, lanterne in ferro battuto) .
Un tempo era l’eremo felice di giovinette di buona famiglia più dedite a lussuosi sollazzi che alla pratica religiosa, sino all’intervento dall’Europa di una superiora di polso (e baffi, credo). Dalle terrazze la vista spazia sulla città e sulle innevate cime circostanti, il Misti su tutte, apprezzabile ancora meglio dal periferico belvedere di Yanahuara, affiancato da una chiesa dalla facciata pregevolmente decorata. Per non farsi mancare niente si va anche al monastero La Recoleta, ricco di chiostri e con un’antica biblioteca.

Fisico:
Solo una strada sfocia nel mare. Uscire da Arequipa da qualunque altra direzione significa salire, in un’accezione per noi inusuale, senza tornanti ma con un lento arrancare che dà pienamente il senso dell’ascesa. La strada è larga, in buono stato e quasi deserta. Si fa sosta in un locale tanto spartano da essere scambiato da una pecora per la ritirata delle signore. Mentre questa mi scagazza accanto bevo il più significativo mate de coca, preparato nel modo più semplice: mettendo foglie di coca in una tazza d’acqua bollente. Altrove si vendono bustine di dubbia esportabilità, qua si dovrebbero recuperare le foglie bagnate e tenerle in bocca formando un bolo da masticare durante la salita. E’ un cardiotonico ma si sfalda e fa un po’ l’effetto di insalata tra i denti e siccome siamo signori soprassediamo.
Da qui si prosegue sullo sterrato ascoltando il proprio corpo reagire all’altitudine con il suo cambio di pressione e l’aria rarefatta.
C’è chi la prende male: emicrania, nausea, vomito, affanno…
Ma occorre godersi il senso di ebbrezza, l’effetto-luna dei movimenti torpidi e del paesaggio spoglio, essenziale, con ancora vette incombenti a stuzzicare il senso del limite, rilanciare il desiderio di esplorazione.
Alcuni bambini si stupiscono del nostro stupore. Lama, alpaca e vigogne ci circondano.
Saltare un muretto a 4900 metri taglia il fiato ma anche più in basso scostarsi le lenzuola dà qualche palpitazione da corsetta.
Si scende a Chivay (160 km da Arequipa), che dall’alto regala un emozionante colpo d’occhio ma sembra avere poco da offrire. In breve fa buio, ci saranno 5 gradi… Una mezz’oretta dopo aver appoggiato i bagagli sto galleggiando sul dorso, con le mani dietro la nuca, un’aria fresca mi pulisce il volto e guardo le stelle senza un pensiero (o sovraccarico di quei pensieri non decodificati che sono le sensazioni) da queste memorabili terme all’aperto nel nulla dei 3600 metri andini…

Ornitologico

Il giorno successivo uno sterrato a mezza costa di fronte a terrazzamenti d’origine inca ci porta sul Colca Canyon, il più profondo del mondo, a detta loro, in ogni caso non in questo punto. Qui a volte si avvistano i condor ed occorre partire di buon ora perché questi uccelli non sbattono le ali ma sfruttano le correnti ascensionali del mattino, senza vento stanno ai box. Inaspettatamente c’è parecchia gente.
Faccio un’ora a mezza a fotografare forre e piante abbarbicate, mi allontano, chi se lo ricorda più il condor… poi un urlo, un ombra veloce, guardo in aria e mi sorvola. Plana con strane, veloci, flessuose traiettorie. Due scatti così così, va verso la Cruz del Condor , la zona più affollata e io sono qua in un angolo cerco di avvicinarmi e sparisce, rispunta da quelle parti, sono troppo lontano, non ci arriverò mai. Niente corse, anche se il fiato ormai me le permette. Riappare ancora là, sorvola la folla e punta nella mia direzione, ho l’euforia del cacciatore con la preda nel mirino (non me ne vogliano gli animalisti) unoduetrescatti che 10 giorni dopo si riveleranno vincenti. Un’ombra anomala ai lati del mirino, ne è spuntato un altro e dal canyon sotto di me ne emerge un terzo. C’è l’imbarazzo della scelta, pochi minuti in cui li si prende soli o in coppia, sfondo cielo o sfondo roccia, frontali o in virata. Poi con le mani sui fianchi ad assaporarli senza scopo, studiarne il leggero movimento delle penne remiganti, simili a dita, provare un sottile disagio a sapere che mi stanno valutando come preda, o meglio come carogna (ed effettivamente non è che sia quello zuccherino d’uomo). Sono giganteschi.

Folcloristico

Non c’è pericolo che vi perdiate i variopinti costumi tradizionali del posto. Da qui in avanti in molti punti di attracco dei turisti ci sarà chi si propone per foto in abiti folcloristici come nell’apparentemente sperduta Yanque, sulla strada del Colca, dinanzi ad una bella chiesa coloniale. Qui rincarano la dose con musiche, danze e gruppi familiari agghindati con immancabile lama al seguito e falchetto a completare il quadro. In confronto i carretti siciliani stupiscono per la loro sobrietà. A Maca si sta lavorando al restauro di un’altra chiesa distrutta da un terremoto e può sembrare originale farsi fotografare con un’aquila in testa, salvo poi tornare a casa e scoprire sul web molte foto identiche.

Un buon segno per un viaggio è quando della strada che si percorre si serba un ricordo buono quanto quello dei luoghi che ne sono le mete. Rifare il passo a 4900 significa rendere familiare qualcosa che non era destinato ad entrare nella nostra vita. Ritornati sulla strada asfaltata ci si immerge tra distese di erba gialla sotto un cielo di un azzurro vivo, disturbato solo da un temporale che finisce giusto in tempo per regalare un tramonto infuocato come mai ne avevo visti. Tra le pieghe del terreno si insinua qualche stagno, lungo la strada spesso si è sorvegliati da cani neri, non randagi. Selvatici. Ci osservano passare famelici, si attendono che lanciamo loro qualcosa. Non tutti hanno un’aria amichevole, qualcuno insegue rabbioso il nostro pulmino, uno, tanto per gradire, il nostro autista lo prende sotto con indifferenza (non aspettatevi molti animalisti dove anche per l’uomo la sopravvivenza è una conquista e non un dato di partenza).
Nei pressi del Titicaca le strade si fanno pessime finché non si giunge a Puno, cittadina di passaggio di cui serbo però un ricordo di piacevole accoglienza. C’è una via molto turistica piena di variopinti locali e negozietti, per 6 soles (circa 1 euro) mi compro un’utile e ridicola cuffia peruviana. La mattina la città è invasa da papà che tengono per mano bambini in divisa pronti per la scuola.

Geografico

Ci si inoltra nel “più alto lago navigabile del mondo” (opinabile) per scoprire le isole galleggianti degli Uros, fatte di canne di totora, una pianta locale usata anche come alimento e materiale da costruzione. Sono nate secoli fa, quando questa piccola tribù, per sfuggire alle bellicose popolazioni della terraferma, iniziò ad assemblare zatteroni che ormeggiò nel lago con lunghi ma esili bastoni. Ora se ne possono visitare alcune ad uso e consumo dei curiosi ma ne esistono altre su cui una popolazione stanziale (se così si può chiamare) rifiuta l’invasione turistica. Camminando sulle isole si sprofonda come su un materasso ad acqua. Arcaiche imbarcazioni in totora consentono di spostarsi da una all’altra. E’ un mondo a due colori, stretto tra il giallo delle canne e il blu del lago e del cielo terso. Arrivarci in una giornata uggiosa sarebbe un delitto. Sarebbe invece solo un peccato tornare indietro trascurando le isole vere e proprie. Per arrivarci occorre infilarsi nei canali tra gli isolotti artificiali e distese di canne lacustri. La barca è chiusa a prua ed aperta a poppa, con una tettoia a separare i due ambienti. Per guadagnare una posizione d’osservazione elevata i proprietari, grandi interpreti della deregulation, consentono di passare all’esterno dell’imbarcazione, con i piedi sugli stretti incavi dei finestrini, aggrappati ai bordi della tettoia sino a raggiungere il solido tetto di prua dove ci si può arrampicare per gustarsi una vista eccezionale. Ad Amantanì la popolazione locale è disposta ad accogliervi nelle loro case. Merita il rischio d’infarto la vista del tramonto dalle rovine Tiahuanaco sulla cima dell’isola, a 3900 metri, dopo di una camminata facilissima ad altre altitudini ma che qui fa pompare il cuore a 180 al minuto. I locali eccedono nell’accoglienza organizzando feste serali in abiti tradizionali dove si trovano ragazzoni yankee alti uno e novanta in abito andino che fanno ballare le donnine peruviane. Attenzione: qui fanno da mangiare con acqua del lago e i bagni sono basse latrine esterne condivise, tra vacche e maiali, senza sciacquone, luce, né carta igienica. Sono spesso molto frequentati.

Giunti sulla terraferma si divaga a Sillustani, sito funerario della tribù dei Colla caratterizzato da alte torri su un piccolo lago ricco di uccelli. Poi si entra nel futuristico (da queste parti) terminale dei pullman dove 9 ore di confortevole viaggio (con TV, bagno e sedili ultrareclinabili con comodissimi appoggi per le gambe) si giunge… all’opinione precedente.

Alberghi utilizzati: a Pisco Hostal la Reserva, a Nazca il Padores Inn, ad Arequipa l’Arequipa Inn, a Chivay proprio non lo ricordo ma è a pochi metri dalla piazza principale: tenendo la chiesa alle spalle si imbocca la via perpendicolare in fondo a sinistra e dopo 50 metri sulla destra c’è questo alberghetto con un portone che fa accedere ad un cortile su cui si affacciano le camere. A Puno Hotel Balsa Inn.
Tutti offrono sistemazione a 10 dollari per notte, sono puliti, confortevoli, con bagno in camera e posizione centralissima.
Per quanto riguarda i ristoranti ce ne sono un’infinità. I menu turistici sono gustosi ma dopo un po’ ci si stanca di zuppe di asparagi e spinaci, lomo saltado (manzo con verdure fritte e riso) e carne di alpaca (non a tutti piace). Con una spesa sempre contenuta si può avere più varietà, tenendo conto che lungo il percorso cambiano i piatti più tipici. Sconsiglierei un pesce di mare crudo oltre i 3000 metri…
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ursula78

ursula78

12.09.2012 14:03

Eccellente! (Come la buonissima "trucha" del lago Titicaca!)

villanomarco

villanomarco

22.12.2004 23:35

spero prima o poi di riuscire ad andarci,ciao marco

Cara.mella

Cara.mella

02.11.2004 18:46

Non hai tralasciato niente... per me questi luoghi hanno il vero sapore dell'esotico... Ciao

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